Il 4 febbraio si celebra il World Cancer Day, Giornata Mondiale della Lotta contro il Cancro, promossa dalla UICC – Union for International Cancer Control, e sostenuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).

In occasione di questa giornata vorrei riportare un mio pensiero riguardo la mia esperienza di formazione in psicoterapia con i pazienti oncologici. Esperienza nata all’interno della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia nel Setting Istituzionale SIPSI (RM) dove ho svolto come specializzanda il tirocinio formativo quadriennale presso il Servizio di Consultazione Psichiatrica della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli nell’Area della Psico-Oncologia. I pazienti a me affidati facevano richiesta di consultazione presso il Servizio e qui ho iniziato il mio percorso formativo nell’area della Psico-Oncologia.

La mia scelta di dedicarmi a questo ambito nasce da una esperienza familiare in cui ho assistito in prima persona un mio familiare colpito da un carcinoma squamoso alle corde vocali. Nel mia esperienza ho avuto modo di vedere come nelle sale di aspetto dei reparti in cui vengono effettuate le radio e chemio terapie spesso il paziente, molte volte non accompagnato, vive in solitudine l’attesa della somministrazione della terapia.

Questo creava in me una profonda tristezza perché mi immedesimavo nel loro vissuto e l’unica sensazione che provavo era quella di un grande vuoto accompagnato nel contempo ad un bisogno molto forte di dover parlare con qualcuno, per distrarmi e per far passare prima il tempo. Da qui è nato il mio desiderio di dare un contributo ai pazienti oncologici che avessero bisogno di assistenza psicologica nel loro percorso di cure e nel post-guarigione. Ogni fase in queste situazioni è importante: l’attesa della diagnosi, il percorso di cure, il periodo successivo, i mesi a seguire, dove se da un lato vi è il sollievo di aver finito, dall’altra parte vi è la paura delle recidive. Diventa essenziale essere con loro in ogni fase. Nei loro confronti provo una profonda stima perché molto spesso sono stati loro ad insegnare a me l’importanza della vita e della lotta per difenderla. Spesso chi non è affetto da un male dimentica la fortuna che ha nello stare bene, e considera lo stato di salute come una condizione data per scontata, dimenticando l’importanza della prevenzione.

Ricordo che una mia paziente, che ho seguito per quattro anni, viveva in un profondo stato di senso di colpa per aver saltato i controlli di routine che effettuava al seno, avendo avuto casi in famiglia, e per aver coperto dopo due anni di avere un tumore mammario. Viveva nel rimpianto di non aver fatto il controllo annuale e nella colpa che se lo avesse fatto non avrebbe vissuto la malattia oncologica. In questi casi il nostro ruolo di psicoterapeuti diventa fondamentale perché questi vissuti non si elaborano nel giro di poche sedute ma è un percorso che richiede la calma di darsi il tempo di elaborare emozioni, sentimenti, angosce e paure. A volte ci vogliono anni, per prendere coraggio e consapevolezza dei propri vissuti mentali.

Con i pazienti sono molto importanti le prime sedute, perché ricche di contenuti e frasi significative che anche a distanza di tempo assumono un valore e un significato che noi terapeuti non avremmo mai dato all’inizio. Ricordo un Professore, che viene spesso approfondito nei corsi di Laurea Magistrale in Psicologia Clinica, Antonio Alberto Semi, che nel suo libro Tecnica del Colloquio (1985) sosteneva che tre possono essere le aperture tipiche dei pazienti: possono iniziare a raccontare la loro sintomatologia presente, alcuni
restano in una dimensione superficiale parlando del lavoro e delle loro circostanze attuali, altri ancora, già dalla prima seduta, partono dalle premesse e si aprono sul proprio passato. Il paziente oncologico spesso comunica subito il suo vissuto. Il luogo comune, sbagliato, a cui spesso le persone fanno riferimento, è che il paziente oncologico sia “depresso” o “triste”. Niente di più falso. Il paziente oncologico è molto lucido e nella sua lucidità una emozione che spesso noi terapeuti incontriamo nel parlare con loro è quella della rabbia. Questo perché, giustamente, non accetta l’accaduto e non sa darsi un perché del fatto che proprio a lui sia capitato quel male. Vorrebbe capirlo e lo interpreta come una
punizione spesso per una vita vissuta in modo inadeguato. Molti pazienti vengono in terapia per affrontare questi loro pensieri.

Le interpretazioni personali che il paziente dà della propria malattia influenzano costantemente la percezione che il malato ha di sé. È importante per noi terapeuti, e per il paziente, riuscire a capire che, in ogni caso, l’interpretazione che si dà della malattia oncologica è filtrata dalla complessiva esperienza di vita del paziente. Una volta che ci ha comunicato il suo vissuto, il paziente non vuole essere abbandonato. Ricordo un’altra paziente, seguita sempre in questi anni di formazione sul campo, che a fine seduta, durante la quale mi aveva riferito il suo passato oncologico, si rivolse a me chiedendomi di non abbandonarla. Con l’avvento della pandemia la psicoterapia online mi ha permesso di non abbandonare i miei pazienti, e di monitorare da remoto le loro condizioni psichiche e anche fisiche, perché noi psicoterapeuti, non possiamo tralasciare nessuna sfera della vita del paziente. Lo accompagniamo mentalmente in ogni sua visita di controllo e in ogni altra fase del suo percorso. Lo seguiamo quando ha le analisi di routine, le visite specialistiche, quando ha le ecografie, le TAC di monitoraggio, le risonanze, e diventiamo partecipi del suo percorso. Il paziente oncologico vive, nel suo percorso di cure, attese molto profonde: attese di risposte, attese di visite mediche, attese di inizio terapia. La psicoterapia online, permette a noi psicoterapeuti di aiutarli tempestivamente senza dover creare ulteriori attese. Si annullano i tempi di viaggio per venire nel nostro studio, si annullano gli impedimenti dovuti al traffico, ai mezzi di trasporto, agli orari di lavoro. Fu una sorpresa scoprire, in pandemia, come i pazienti fosse ben predisposti verso una modalità di cura da remoto.
In base alla mia esperienza professionale e personale, posso dire che credo profondamente nel valore della teleassistenza e del telemonitoraggio. Molti pazienti per motivi fisici non posso muoversi e seguirli preservando le loro condizioni senza sottoporli a spostamenti diventa di fondamentale importanza, specie nei casi in cui, come nel paziente oncologico, il loro sistema immunitario diventa più delicato. Credo profondamente in una evoluzione del Sistema Sanitario Nazionale, nella speranza che possa diventare moderno e che possa garantire a tutti e in ogni luogo modalità di assistenza paritarie per ogni cittadino. I primi a crederci dobbiamo essere noi professionisti che, uscendo dalle modalità classiche di assistenza, dovremmo adeguarci ai cambiamenti sociali e culturali, e spesso i pazienti sono più veloci di noi nel farlo. Perché in loro c’è la motivazione primordiale alla vita, mentre noi dall’altra parte siamo più restii a mettere in discussione i nostri metodi. Aprire le porte alla telemedicina, alla teleassistenza e al telemonitoraggio aiuterebbe il paziente a contenere le angosce dovute alle attese: niente più file, niente più viaggi a vuoto per poi trovare eventuali problemi in reparto, niente più scomodità. Questo li renderebbe anche parte attiva del loro percorso di cura, più autonomi, con un ritorno positivo anche in termini di autostima. Specie quando, come detto prima, il paziente si accusa ingiustamente della propria malattia. Automonitorarsi e autogestirsi potrebbe dare loro modo di elaborare il loro senso di colpa e di giungere alla conclusione che è un senso di colpa immotivato. Nessun paziente è colpevole della propria malattia, che sia oncologica o di altro tipo, e nessuno deve essere più lasciato solo nelle loro attese.

 

Dott.ssa Giovanna Giarrusso